giovedì 16 giugno 2011

Buio

Al buio si pensa meglio.
Già, era decisamente buio, tanto che non vedevo assolutamente niente. Nessuno vedeva niente.
Si pensa meglio, pensai, e quindi stavo pensando. O viceversa.
A dire il vero pensavo che al buio si pensa meglio perché era buio e pensavo.
Ma nessuno dei miei pensieri mi calmava; ero agitato e quello che pensavo mi agitava ancor di più. Ero agitato da quando avevo ripreso conoscenza, anche se fu una cosa graduale e che lascia poca memoria di sé.
Tanto che ebbi dei dubbi: forse al buio si pensa meglio quando si è soli. Però... d'altronde il buio rende solitario anche un ambiente affollato, soprattutto se nessuno fiata.
E nessuno fiatava. Ognuno stava al buio e, supposi e suppongo tuttora, pensava.
Io pensavo, e non ero tranquillo.
Cosa pensassi non saprei riorganizzarlo in un discorso coerente, quando si pensa al buio e in una affollata solitudine i pensieri sono tanti, contemporanei e ramificati, e seguirne il filo a posteriori è difficile, nonché inutile.
Ricordo però che tra i miei pensieri alcuni erano più chiari e insistenti. Uno in particolare: come ero finito lì?
Beh, anche il domandarmi chi fosse tutta quella gente della quale sentivo la presenza, presenza di cui ero certo, e che era senz'altro sveglia ma non emetteva suoni era tra i pensieri ricorrenti, ma il come mi incuriosiva di più.
Quindi, dato che al buio si pensa meglio e io ero al buio, cercai di dirigere i miei pensieri a cercare di capire o ricordare come fosse successo e cosa fosse successo. O il contrario.
Ecco perché al buio si pensa meglio, perché quando capisci qualcosa è come vedere un lampo, una strana luce, ed effettivamente quando la mia mente cominciò a ricordare, e forse un po' capire, io vidi nella mia testa questo lampo. Certo, con la luce difficilmente si riesce a riconoscere un'illuminazione, un'epifania, ma al buio la cosa è chiara e lampante.
La luce, un'altra luce più terrena e materiale, mi abbagliò dolorosamente. Mentre i miei occhi si abituavano  e mi riprendevo dal trauma cominciai a distinguere le cose, prima confusamente, poi in modo sempre più definito. La mia comprensione seguiva pigramente i progressi dei miei occhi, con mio grande fastidio.
Intanto nessuno parlava, sospettai che avessero tutti pensieri simili ai miei e mi meravigliai di quanto fossero simili le reazioni di tante persone diverse sottoposte agli stessi stimoli.
Io però presi una decisione in quel momento, non so se o quanti altri possano averlo fatto. E non mi interessa.
Mi dissi: mai più. E tenni fede al mio intento.


Postfazione
La domanda logica è: ma di che cazzo stai parlando?
La risposta ovvia è: niente, sono andato a cazzo.

mercoledì 25 maggio 2011

Dedicato a nik56

Nel buio del pianeta stava nik56, sgomento nella sua tuta e il nulla intorno. - Ecco, è successo - si disse - sono perduto in un pianeta sconosciuto,la nave è distrutta, sono solo e morirò per asfissia in... 38 ore -.
Alla luce del quadrante da polso che aveva acceso per finire la sua frase a sé stesso (egli finiva sempre le sue frasi, era un punto d'orgoglio) gli parve di notare qualcosa che si muoveva. Improvvisamente agitato, e conscio dell'assurdità di agitarsi in una
situazione del genere, riaccese il quadrante da polso e il quadrante del comunicatore.
E lo vide.
Sulle prime non lo riconobbe, o forse non riusciva a credere che su quel pianeta potesse essercene uno. Si abbassò per guardare meglio, eh sì, è proprio quello che sembra.
Era un cazzo, un cazzo che lo guardava.
E nik56 seppe di non essere solo.

mercoledì 11 maggio 2011

Uomini soli

Zizze e culo, culo e zizza
se li veggo il pen s'arrizza
culo, zizze e pucchiacchella
e la vita è tanto bella

Oh che splendida giornata
se la mazza s'è intostata
tra le zizze e la pucchiacca
e del cul giammai si stracca

Culo, zizze, senza posa
ella sburra fiotti a iosa
Zizze, fessa ed anche culo...
eh, 'o cazz: io sto sulo!

:(

mercoledì 4 maggio 2011

Raccontino in chiave di sol

L'ingegner Pappataci sognava.
Sognava dormendo, e ricordava dettagliatamente tutto ciò che aveva sognato. Sognava a colori, colori vividi e contrastati.
Sognava nel dormiveglia, ed erano sogni un po' assurdi.
Sognava da sveglio, e godeva voluttuosamente del piacere di dirigere i propri sogni.
Nei suoi sogni chiavava.

lunedì 7 febbraio 2011

Papillon

Difficilmente un libro con la pretesa di essere autobiografico riesce ad essere tanto autocelebrativo. Henri Charriére è il più bello, il più nobile, il più furbo, il più amato, il più determinato, il più abile, il più stimato, il più rispettato, il più intelligente, il più altruista, il più onesto, il più giusto, il più sentenzioso recluso del mondo.
Quando parla l'intera malavita francese si inchina a lui, quando agisce provoca ammirazione e meraviglia sia nei galeotti che nelle guardie, nessuno è immune al suo fascino tendente a infinito e, tra l'esaltazione di sé stesso, qualche dimostrazione del mito del buon selvaggio, l'autorevolezza della sua persona e la continua dimostrazione che lui è meglio di tutti, le numerose pagine di questo libro adolescenziale e che nessuno potrà mai farmi credere sia realmente autobiografico scorrono facili e piacevoli.
Non mancano deliri teologici da ateo folgorato sulla via di Damasco, né giudizi morali e umani su chiunque, e se a volte ha dubbi o cambia idea ciò contribuisce a rendere ancor più amabile il personaggio che Charriére ha costruito dandogli umilmente il suo nome.
La costruzione dei personaggi è più semplicistica di quanto avrebbe potuto fare Salgari, gli eventi sono inframezzati da monologhi e pensieri, la scrittura tende ad essere semplice, comprensibile e diretta pur non disdegnando un certo moralismo d'appendice.
Che dite, lo leggo il seguito?