(eiaculazione veloce che provvedo a pulire sul blog, deriva da un post perso)
Lascio queste parole in un ultimo, tenue, guizzo di ciò che resta della mia socialità, o di ciò che ne sopravvive. Forse la solitudine totale non è fatta per l'uomo, benché dia la pace e la libertà che egli insegue inutilmente fino alla sua definitiva resa, unica vittoria possibile.
Chi sia il destinatario di ciò che scrivo non lo so, ma per fortuna non devo dare conto a nessuno delle mie illusioni per quanto possano essere illogiche. Quindi io scrivo per te che leggi, che tu esista o no, o più probabilmente per me. Che io esista o no.
E comincio a narrare.
Era un mercoledì, ed era una mattina assolata. Mi svegliai tanto ben riposato che pensai subito di aver fatto tardi. Però il silenzio era così totale e innaturale che mi tranquillizzai subito; una pace così non si ha che durante le primissime ore del mattino. Anche la casa era silenziosa, mi sono svegliato per primo, che strano.
Tanta luce dalle finestre, tanto silenzio. Osservo pigramente i mutevoli disegni di polvere colorati dal sole che sgorga tra le tende ma per poco. Mi alzo. La radiosveglia non mi comunica nessun orario, ecco perché tanto silenzio, manca la corrente elettrica. L'orologio della cucina segna le 11:30, sono già usciti tutti. Va bene, ormai ho fatto tardi, prepariamoci con calma.
Uscendo dalla doccia (gelata, porca miseria, ma quando torna la corrente?), continuo ad aspettarmi un rumore qualsiasi ma non sento niente. Parlo ad alta voce per testare il mio udito e mi sento stupido.
Esco dalla porta di casa, tre mandate, le scale, nessuno, il portoncino (non funziona? ah già, devo usare la chiave), la strada. Nessuno.
Nessuno, niente di niente, nessun suono, nessun rumore, non un uomo, una donna, un'automobile, il cane di quartiere non c'è, il tabaccaio è chiuso, tutto è chiuso, non c'è niente. Che sia domenica? No, non è domenica, e poi questo deserto non c'è la domenica. E le macchine dove sono? E i maledetti motorini?
Cammino e comincio a sentire i primi suoni. I primi che io resca a sentire, e sono il vento, l'eco dei miei passi, il mio respiro, le foglie degli alberi, il ronzio di un insetto. In una città: che fenomeno curioso eppure ovvio.
Cammino, cammino chilometri, percorro strade che conosco e che mi paiono più belle, grandi, giro per ore. Mi spaventa il fatto che io non provi paura, ma pace, tanta pace, e non mi va di fare niente. Cammino, e vado dove voglio, e rompo una vetrina per il gusto di farlo, con una sbarra di acciaio trovata nella spazzatura. Ed entro e mangio mezza cassata, il resto lo lascio lì. Poi esco e vado nel giardino dell'università, ed è bello, mi sdraio sull'erba e mi sforzo di non pensare.
"...IME RICOSTRUZIONI IL PICCOLO, DI DUE ANNI, ERA CON I GENITORI QUANDO È AVVENUTO IL FATTO, MA GLI INQUIRENTI..." click. Radiosveglia, ti odio. Rumore di traffico, profumo di caffè, un po' di luce sporca le tende. Un sogno, un cavolo di sogno.
Sì, un sogno, la pace... che sonno. Mi metto seduto.
Era un sogno, questa storia non l'ho mai vissuta, ma per fortuna non l'ho mai scritta.