Difficilmente un libro con la pretesa di essere autobiografico riesce ad essere tanto autocelebrativo. Henri Charriére è il più bello, il più nobile, il più furbo, il più amato, il più determinato, il più abile, il più stimato, il più rispettato, il più intelligente, il più altruista, il più onesto, il più giusto, il più sentenzioso recluso del mondo.
Quando parla l'intera malavita francese si inchina a lui, quando agisce provoca ammirazione e meraviglia sia nei galeotti che nelle guardie, nessuno è immune al suo fascino tendente a infinito e, tra l'esaltazione di sé stesso, qualche dimostrazione del mito del buon selvaggio, l'autorevolezza della sua persona e la continua dimostrazione che lui è meglio di tutti, le numerose pagine di questo libro adolescenziale e che nessuno potrà mai farmi credere sia realmente autobiografico scorrono facili e piacevoli.
Non mancano deliri teologici da ateo folgorato sulla via di Damasco, né giudizi morali e umani su chiunque, e se a volte ha dubbi o cambia idea ciò contribuisce a rendere ancor più amabile il personaggio che Charriére ha costruito dandogli umilmente il suo nome.
La costruzione dei personaggi è più semplicistica di quanto avrebbe potuto fare Salgari, gli eventi sono inframezzati da monologhi e pensieri, la scrittura tende ad essere semplice, comprensibile e diretta pur non disdegnando un certo moralismo d'appendice.
Che dite, lo leggo il seguito?
